Home
Biografia
Romanzi
Articoli
Laboratorio espressivo
Lilli scrive
Eventi
Contatti
Links

Com’è nato “Il profumo delle viole”?


Anni fa ho iniziato i miei studi sulla Shoah perché dentro di me c’era l’esigenza di capire come mai tutto ciò era accaduto. Perché degli uomini avevano costruito posti terribili come i ghetti e i campi di concentramento e vi avevano poi rinchiuso altri uomini a morire, quale istinto o quale ragione li aveva spinti a tanto?

La verità è che non esiste un “perché” che possa spiegare l’Olocausto, né si può darne la colpa ad un solo uomo.

Hitler può essere stato colui che ha innescato un certo meccanismo, ma ha potuto farlo solo perché ha trovato terreno fertile dove piantare i semi dell’odio ed è riuscito a portare avanti il suo progetto solo perchè si è avvalso della collaborazione di tanti e tanti.

A un certo punto ho capito che quella direzione non mi portava da nessuna parte.

Eppure, lo studio approfondito di quegli anni, di tutte le atrocità e i crimini commessi, aveva suscitato in me emozioni che sentivo il bisogno di esprimere, in qualche modo, e l’ho fatto nella maniera in cui mi riesce meglio.

Le ho trasformate in parole.

E’ nata così la storia di Judith, una ragazza ebrea berlinese che da un giorno all’altro vede crollarle il mondo addosso e comincia a sperimentare sulla propria pelle l’odio e l’aberrazione della persecuzione razziale: dal tentativo di espellere gli ebrei dal terzo Reich, al loro allontanamento dalla scuola, dal lavoro, dall’economia, da ogni forma di aggregazione sociale.

Persecuzione che dopo la “Notte dei cristalli” divenne violenza fisica vera e propria e terminò, con la “Conferenza di Wannsee”, nel tragico epilogo della soluzione finale.

Durante quegli anni i nazisti tentarono una sorta di “spersonalizzazione” dell’individuo, tentarono, cioè, di fare di tante volontà una soltanto, molto più facile da tenere a bada e da gestire. Come facevano?

Li privavano della loro dignità di esseri umani.

Li denudavano, li torturavano, li affamavano, tagliavano loro i capelli e li costringevano a vivere stretti e sporchi come topi in gabbia in luride baracche, fredde d’inverno e soffocanti d’estate.

In molti casi riuscirono nel loro deprecabile intento, ma io ho voluto immaginare che la mia Judith riuscisse a mantenere intatta la propria dignità e continuasse a lottare e a sperare anche quando sembrava non ci fosse più alcuna speranza.

Perché c’è sempre un motivo per cui valga la pena vivere.

Judith aveva perso tutto, famiglia, amici, casa, ma seppe trovare comunque uno scopo nella vita. Diventare la testimonianza vivente di tutto l’orrore che i suoi occhi avevano visto, di tutto quell’orrore e quell’infamia che alcuni oggi tentano di negare.

Questi uomini sono assassini della memoria.

Negazionisti, revisionisti, chiamateli un po’ come vi pare. Rappresentano ciò che i sopravvissuti della Shoah temevano più di ogni altra cosa.

Non essere creduti.

Perché ciò che andavano raccontando spesso era indicibile. Al di là di ogni più efferata immaginazione.

Judith è un grido che si leva insieme al loro e solleva coraggioso il sudicio velo del silenzio.