Scuola e Shoah
Il 27 gennaio è stato individuato come
data simbolo per commemorare tutte le vittime della Shoah, perché
il 27 gennaio del 1945 furono aperti i cancelli di Auschwitz
e tutto il mondo aprì gli occhi all’orrore.
Ricordare e commemorare le vittime della Shoah
non deve essere però inteso come fine a se stesso, altrimenti
si corre il rischio di farne un fenomeno banale, una celebrazione
vuota e ripetitiva e perciò incapace di promuovere una
riflessione critica e consapevole.
Deve essere invece inteso come un laboratorio
dove educare le giovani menti.
Negli ultimi anni la nostra società
si sta avviando a diventare sempre più multietnica, ogni
giorno, sempre più spesso, veniamo a contatto con persone
che parlano una lingua diversa dalla nostra, che praticano una
religione che non ci appartiene, che hanno un colore della pelle
che non è il nostro.
E’ compito, perciò, della famiglia,
della società, ma soprattutto della scuola farsi carico
di educare i giovani al rispetto per ogni essere umano, alla
solidarietà e alla tolleranza, affinché la diversità
non diventi causa di discriminazione, quanto piuttosto fonte
di arricchimento.
Mai come oggi è importante che si insegni
la Shoah nelle scuole - quando tutta l’Europa è
scossa da violente ondate di antisemitismo - per educare alla
pacifica convivenza con gli altri e tenere lontana ogni forma
di subdola xenofobia. Perché solo così potremo
costruire una società vivibile, non lacerata da conflitti
violenti che potrebbero portare ad una nuova Auschwitz.
Ma ricordare vuol dire anche conoscere.
Secondo Erich Fromm la conoscenza rende liberi.
Conoscere, infatti, vuol dire capire, riflettere, operare le
proprie scelte: tutto ciò che i nazisti non volevano
che accadesse.
Se noi conosciamo la storia della Shoah, invece,
saremo anche in grado di riconoscere i primi segnali di pericolo
presenti nella società. Ed è la scuola che deve
insegnare ai ragazzi come interpretare fin da subito questi
segnali, prima che diventino un pericolo reale.
Ma in che modo?
Insegnando loro a dire “No!” a
tutte le ingiustizie, a tutte le forme di sopraffazione, violenza
e razzismo e guidandoli al rispetto e alla conoscenza delle
culture degli altri popoli, perché il pregiudizio spesso
nasce dall’ignoranza e la crudeltà dalla cecità
degli animi.
E cos’è la Shoah se non il simbolo
dell’annientamento sulla base del pregiudizio e dell’odio
razziale?
Preservare il ricordo della memoria collettiva
significa invece riappropriarci delle nostre radici, della nostra
identità, affinché ciascuno di noi, voltandosi,
non trovi dietro di sé un vuoto incolmabile, bensì
le tracce, le impronte di ciò che siamo stati.
Perché chi non ha memoria, né
identità, si sente continuamente minacciato da chi è
diverso da sé, ed è portato ad assumere un atteggiamento
di intolleranza nei suoi confronti, dove per intolleranza s’intende
il disprezzo e la negazione dell’altro. Al contrario,
quanto più si possiede una propria identità storica,
tanto più si diventa aperti nei confronti degli altri
e si è disposti ad accettare altre identità, altre
culture.
Perciò è indispensabile coltivare
la memoria. Senza di essa non c’è progresso, non
c’è cultura, non c’è civiltà.
Non c’è speranza in un futuro sostenibile.
Senza memoria non c’è Vita |