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I bambini di Terezìn

A circa 50 Km da Praga c’è una città chiamata Terezìn. Fu costruita per volere dell’imperatore Giuseppe II d’Austria e chiamata così in onore di sua madre, Maria Teresa.

Una città su cui, ancora oggi, grava un’ombra pesante come una cappa di piombo.

Durante gli anni della seconda guerra mondiale essa divenne una città ghetto in cui vennero convogliati ebrei da tutta Europa che da lì venivano poi mandati verso Est, nelle camere a gas.

I Tedeschi la chiamarono Theresienstadt e la elessero a “lager modello”.
Tutto lì dentro era fasullo, irreale, un grandioso apparato scenico al servizio della propaganda nazista. Il luogo che i nazisti utilizzarono per farsi beffe della Croce Rossa e del mondo intero.

Un lager modello.

Un ghetto felice, dove venivano inviati per lo più gli ebrei più famosi, artisti, scrittori, uomini di cultura e teatro, e dove la sera si leggeva, si suonava, si faceva teatro. Un formidabile strumento di propaganda.

Quando, per tacitare le proteste del governo danese che chiedeva con insistenza notizie sugli ebrei catturati a Copenhagen, i nazisti decisero di permettere una visita alla Croce Rossa, nel lager cominciò il girotondo infame dell’inganno: furono ridipinte le facciate dei palazzi, pulite le strade, riempite di prodotti le vetrine dei negozi, piantati i fiori.

Quando quest’estate ho visitato Terezin, la guida mi ha mostrato il negozio di un barbiere dove tutto era finto:rubinetti, lavabi, tubi di allacciamento dell’acqua. Mi sono sporta sotto un lavabo: il tubo finiva lì, contro il muro, penzolava come un serpente stanco.

Tutto finto.

E invece, quando nel 1944 la Croce Rossa fece la sua brava ispezione, tutto sembrava perfetto e funzionante: i bambini che ridevano e giocavano per le strade, le partite di calcio, i concerti di musica sinfonica, le rappresentazioni teatrali, gli uomini e le donne impegnati in lavori “normali”.

Una truffa. Una truffa che aveva come scopo di presentare Terezìn alle commissioni estere della Croce Rossa come un posto in cui tutti potevano vivere in libertà.

Nessuno si accorse del terrore che straziava i prigionieri, della paura nascosta sotto i loro forzati sorrisi. La visita fu un successo e i funzionari della Croce Rossa se ne andarono felici e soddisfatti, abbandonando per di più l’idea di ispezionare altri campi, come Auschwitz.

Quindicimila bambini vissero a Terezìn e solo cento di loro fecero ritorno. Avevano visto tutto ciò che avevano visto i loro padri e le loro madri, ma non solo. Oltre ai cipigli feroci delle SS, ai carri di cadaveri, alle lunghe file per il rancio, agli uomini usati come bestie da soma e da traino, loro avevano visto quello che gli adulti non volevano vedere:il cielo, le stelle, i prati, gli uccelli, i dolci, le caramelle, i fiori, le streghe cattive e le fate buone, le loro vecchie camerette e i fornelli, le pentole, i girotondi e le foglie d’autunno.

Avevano visto, vivo e reale, il loro desiderio di tornare a casa, la paura, che da quando erano rinchiusi a Terezìn, aveva bussato alla loro porta per non lasciarli più, la fame, diventata loro assidua compagna.

E tutte queste cose le avevano disegnate o scritte in versi. Disegni e poesie: è questo che di loro ci è rimasto.

Quando sono entrata al museo di Terezìn, è così che quei bambini mi hanno accolto, è così che ho sentito le loro voci: un brusio sommesso che saliva dai disegni che riempivano intere pareti, dalle poesie, dai loro teneri, infantili ricordi che mi spezzavano il cuore.