Capitolo 1
Manù si gettò dalla finestra,
superò il giardino e si infilò nel sentiero che
correva dietro casa. Avrebbe fatto meglio a rimanere fuori tutto
il giorno. Appena sua nonna si fosse accorta del guaio che aveva
combinato sarebbe corsa nel capanno a prendere lo scudiscio.
Già se lo sentiva sulla schiena, affilato, bruciante
come fuoco vivo. No, questa volta non si sarebbe fatto prendere.
Quella strega poteva sbraitare all’infinito fino a restare
rauca ma non lo avrebbe trovato. Meglio che sfogasse la sua
rabbia sui covoni di fieno, una serie di guizzanti scudisciate
nella paglia calda e la sua rabbia che pian piano sfumava via,
come vento stanco. Non lo aveva fatto mica apposta a rompere
il vaso della trisavola Eufrasia, no? Era stata la sua solita,
dannata fretta. Come sempre aveva fatto tardi per la scuola
ed era corso in cucina con le scarpe slacciate. Lo zaino era
lì, sulla sedia dove l’aveva lasciato la sera prima,
due salti e l’aveva preso ma con la gamba aveva urtato
il tavolo di cristallo. Il vaso era oscillato due o tre volte
sempre più forte e prima che potesse afferrarlo era caduto.
Lo aveva visto toccare il pavimento grezzo e spaccarsi in tre
o quattro pezzi. Impossibile riattaccarlo, c’erano briciole
dappertutto. E adesso? La vecchia teneva più a quel vaso
che a tutto il resto della sua misera casa, quanto a lui, era
già tanto che lo sopportava e gli dava da mangiare, visto
che, diceva, era il frutto dell’amore scellerato di suo
figlio per una donna che poi era fuggita con una compagnia di
teatro itinerante.
Una radice di cedro che affiorava dal terreno per poco non lo
mandò a gambe all’aria. Si fermò, aveva
il respiro affannoso e le ascelle sudate. Si sarebbe nascosto
sotto il ponte della statale, insieme ai barboni. Non voleva
rimanere solo, se lo avesse fatto gli sarebbero venuti brutti
pensieri: che suo padre poteva morire mentre riparava una grondaia
o camminava lento lungo un cornicione o piantava chiodi sul
tetto di una vecchia casa. A Manù non era mai piaciuto
quel lavoro, troppo pesante per il suo fisico magro, troppo
rischioso, da quelle altezze c’era sempre la possibilità
che mettesse un piede in fallo e…
Chissà che faccia avrebbe fatto a non vederlo tornare,
lui non l’avrebbe aspettato con lo scudiscio affianco
al letto e un occhio allerta, come sua nonna, ma avrebbe misurato
la stanza a grossi passi, con la testa tra le mani, o sarebbe
uscito a cercarlo, nel bosco.
Eccolo il ponte, finalmente. Avrebbe aspettato là sotto
che facesse buio. C’era sempre qualcuno accucciato tra
le fogne puzzolenti e le travi di ferro arrugginite, qualcuno
che da tempo non aveva più una casa. Barboni. Senzatetto.
Manù li vedeva ogni mattina quando andava a scuola, si
affacciava dal finestrino dell’autobus e guardava quei
grovigli informi di stracci, braccia e cartone e pensava che
in fondo la loro vita non era peggiore della sua.
A volte la propria casa piuttosto che essere un dolce nido può
diventare un’odiata prigione, si diceva, specie se hai
come unica compagnia una nonna bisbetica e rancorosa che non
perde occasione per rinfacciarti quel piatto di pasta che ti
piazza davanti, con un grugnito, e la colpa di essere nato.
C’era qualcuno, sotto il ponte, un ammasso di coperte
e lamenti. Manù aguzzò la vista. Sì, c’era
qualcuno, e non sembrava se la passasse molto bene. Con cautela
si avvicinò. Non riusciva a distinguerne i tratti del
viso e questo gli metteva paura. <Ehi, signore, tutto bene?
Ha bisogno d’aiuto?>
Più si accostava sotto l’ombra scura del ponte,
più sentiva puzza di birra, sudore e muffa. <Signore…
mi sente?>
Finalmente la coperta si mosse svelando un braccio stecchito.
Era nudo e pieno di peli bianchicci, sporco e tremolante. Manù
si fermò. Quella visione spettrale gli impediva di continuare.
Di nuovo quel lamento, più lungo stavolta, poi una testa
spelacchiata che sbucava dagli stracci e sotto la testa due
occhi rosso fuoco che lo fissavano. Manù fece un passo
indietro, d’istinto, le gambe già pronte a schizzare
via.
<Acqua…> farfugliò il vecchio <Acqua,
per pietà…>
Doveva avere la gola riarsa. E poi, a guardare bene, non sembrava
affatto pericoloso, non aveva nemmeno la forza di alzare la
voce, figuriamoci le mani. <Vuole dell’acqua? Sì,
aspetti, ce l’ho, non sarà proprio fresca, ma…>
Manù si accovacciò a terra, aprì lo zaino
e tirò fuori una bottiglia da mezzo litro di acqua. Gliel’allungò
con circospezione, dopo aver provveduto a svitare il tappo.
<La può tenere tutta. Io non ho sete>
L’uomo lo ringraziò con gli occhi e bevve avido
una lunga sorsata. Un rivolo d’acqua gli colò lungo
il mento, ma lui continuò a bere. Si staccò quando
non ne restava che meno della metà. <Sei un caro ragazzo…che
il Signore possa benedirti.>
Manù sorrise, finalmente a suo agio, e tirò fuori
dallo zaino la sua merenda. Aveva impiegato parecchio ad uscire
fuori dal bosco e ormai era quasi mezzogiorno. Divise il suo
panino col vecchio che lo mangiò lento, sbattendo le
gengive senza denti, e poi si addormentò. Manù
si allungò con la schiena sulla parete umida e si preparò
ad aspettare che finisse quella lunga giornata.
Dormicchiò insieme al vecchio e ad altri due barboni
stretti nelle loro case di cartone e si svegliò al crepuscolo.
Si alzò, raccolse il suo zaino e si preparò a
tornare a casa. A quell’ora forse la rabbia della nonna
era sbollita.
Prima di andarsene si avvicinò al vecchio. Non si muoveva.
Avvolto nei suoi stracci sembrava una bambola di pezza. Manù
lo afferrò per un braccio e lo scosse dolcemente. Gli
sembrava che non respirasse neanche. Si tirò dietro,
impaurito. Forse era morto!
Si guardò intorno. Degli altri due barboni non c’era
traccia, dovevano essere andati via prima che lui si svegliasse.
Stava per mettersi a correre via quando il vecchio si mosse.
<Ragazzo…> chiamò <dove sei, ragazzo?>
<Qui, sono qui…>
<Ormai non mi rimane tanto tempo… sto per andarmene…
ma prima…> si sollevò un poco, a fatica, gli
occhi restavano socchiusi, il respiro era appena udibile <Prima
voglio darti qualcosa. A me non serve più, ormai e tu….
> tossì e si coprì la bocca con la mano ossuta
<tu mi hai dato la tua acqua e il tuo pane e voglio ringraziarti>
<Non è niente…> Cosa voleva mai dargli? I
suoi stracci, forse?
Il vecchio si frugò addosso, poi nel suo palmo comparve
un anello. Manù si accostò, incuriosito. Sembrava
molto antico, era di metallo opaco e al centro aveva una grossa
pietra chiara. Non poteva avere più valore di una cianfrusaglia.
<Questo anello è magico.> bofonchiò il vecchio
guardandolo negli occhi <Ha il potere di portarti lontano,
nel tempo e nello spazio, basta che tu dica “Anello, anello,
portami via” e in un istante sarai lontano mille miglia
e anche più, nel tuo tempo o in quello più remoto.>
Allungò il palmo verso di lui affinché lo prendesse
<Tienilo, è tuo, fanne ciò che vuoi>
Manù lo afferrò, incredulo. Quel vecchio doveva
essere tutto pazzo. Un anello che viaggiava nello spazio e nel
tempo? Ma quando mai si era sentito dire? Lo rigirò tra
le dita. La pietra sembrò emettere uno strano bagliore.
<La pietra…> disse il vecchio <se ti tratterrai
troppo a lungo muterà colore e se diverrà nera
i suoi poteri svaniranno e niente potrà più portarti
indietro.>
Possibile? Manù era sempre più incuriosito. O
quel vecchio gli stava raccontando un mucchio di fandonie o
quell’anello aveva davvero poteri magici. Diavolo, quanto
gli sarebbe piaciuto andarsene da casa e girare il mondo! Forse
l’incontro con quel vecchio era un segno del destino…
inutile stare a rimuginarci su, tanto valeva provare. Nel peggiore
dei casi si sarebbe messo subito l’anima in pace.
<Prima di usarlo però c’è una cosa che
devi sapere…> stava dicendo il vecchio, ma lui non
lo ascoltava già più.
<Anello, anello…>
<Aspetta, ragazzo, devi ascoltarmi…>
<…portami via!>
Ci fu un vuoto d’aria, come un risucchio e … puff,
il ragazzo non c’era più. Il vecchio ricadde con
la testa sul petto. Non aveva fatto in tempo a dirgli come fare
per tornare a casa.
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