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Capitolo 1
Le undici e dieci. Alessandro guardò ancora una volta
l’orologio, impaziente. Mancavano cinque minuti.
Un’eternità.
«Facciamo un giro al parco prima di tornare a casa?» gli chiese Gerri.
«Per me fa lo stesso» rispose lui, alzando le spalle. Poi
tirò fuori dal giubbotto un pacchetto di caramelle, ne
scartò una e cominciò a masticarla mentre infilava di
nuovo le mani nelle tasche del giubbotto e si dondolava da un piede
all’altro, per cercare di arginare il freddo che dal marciapiede
gli entrava nelle scarpe e poi su e su, tra gli strappi sfilacciati dei
jeans a gelargli le gambe, fino a non fargliele sentire quasi
più.
E pensare che solo una settimana prima sembrava che l’estate non
volesse finire mai, e invece tutto d’un tratto era arrivata
quella gelida ondata di freddo che aveva paralizzato l’Italia del
centro e del Nord in una morsa di ghiaccio. Un piccolo assaggio
d’inverno che non durerà a lungo, dicevano i metereologi
alla tivù, invece quel freddo inatteso si sarebbe protratto per
più di due settimane, lasciando poi spazio ad una breve tregua
di aria umida e piovosa, prima di tornare, verso la fine di novembre,
più iroso e pungente che mai. In seguito si sarebbe detto che
quello era stato l’inverno più gelido degli ultimi venti
anni.
Un’altra occhiata all’orologio e finalmente il suono della
campanella riempì l’aria. Pochi secondi e i primi ragazzi
cominciarono a defluire dal cancello della scuola, a gruppi, a ondate
sfatte e corpose. Alessandro scrutò le loro facce: li conosceva
quasi tutti; del resto, fino a qualche mese prima era stato uno di
loro, terza D, aula in fondo a destra, corso di bilinguismo.
Una vita fa, se ci pensava, lontana anni luce da quella di adesso,
fatta di altri banchi, di altre aule e soprattutto di un’altra
scuola. Senza volerlo fece un grosso respiro al pensiero che adesso
anche lui faceva parte di quel mondo un tempo così ambito e
così a lungo atteso, e quel respiro servì a zittire quel
sussurro di nostalgia che suo malgrado aveva sentito affiorargli dentro.
Eppure, dopo gli esami, era passato chissà quante volte davanti
a quel cancello durante quella calda e indolente estate di
città, ma non aveva mai posato gli occhi su quella vecchia
costruzione dalle mura screpolate, non aveva mai sbirciato dalle
finestre opache e spente dietro cui tanta vita si consumava ogni anno.
Mai si era fermato a pensare e a riflettere e adesso che lo faceva
sentiva che in fondo, ma sì, non erano stati poi così
male gli anni delle medie e, a volerli ricordare tutti, c’erano
giorni che avrebbe volentieri scambiato con quelli di adesso.
La testa multicolore di sua sorella spuntò tra la folla come un
arcobaleno a tinte forti distogliendolo di botto dai suoi pensieri.
Alessandro la osservò che attraversava la strada, scartando con
noncuranza auto e scooter strombazzanti, col suo giubbotto troppo corto
sui fianchi e le guance rosse. Sotto il berretto di lana gli occhi
fendevano l’aria, irrequieti, poi intercettarono i suoi.
«È da tanto che aspettate?» chiese lei, sorridendo, non appena li raggiunse sul marciapiede.
«Qualche minuto» le rispose lui, voltandosi per recuperare
il suo zaino dal muretto. «Ti va di passare per il parco?»
«Come no? Tu che fai, Gerri, vieni con noi?»
«Veramente l’idea è stata mia. Ciao, Lisa, è
sempre un piacere vederti.» replicò il ragazzo, offeso
dalla sua mancanza di attenzioni.
«E dai, non fare il permaloso e muoviamoci!» lo
rimbeccò lei, sbrigativa. «Non vedo l’ora di godermi
un po’ di sole, qui si gela!» Detto questo lo
afferrò per un braccio e lo trascinò via. «Che fai,
Ale, sogni ad occhi aperti?» domandò poi al fratello e lui
con due falcate li affiancò, lasciandosi alle spalle i suoi
ricordi. |
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