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Jamil, bambino di Gaza
L’azzurro era
colato via dal cielo, quel cielo fango fradicio che gli gocciolava
addosso lercio, ubriaco di pioggia. L’aria sapeva di fuoco e
polvere, si attaccava ai capelli densa, uno scialle di muschio
spugnoso. Jamil sentiva il freddo far battere i suoi denti e la lingua
arrotolarsi in gola, come la testa di una lumaca nel guscio.
Calpestò un
mucchio di pietre secche e friabili e guardò il buco che
prima era la sua casa. Pensò che assomigliava ad una faccia
maciullata. Sottosopra.
Nerofumo dove un tempo
c’erano pareti giallo ocra, pietre aguzze come cocci rotti e
là, tra i calcinacci, un brandello di tappeto appeso a
un’inferriata che si gonfiava e afflosciava al vento. Jamil
lo calpestava a piedi nudi la sera, avanti e indietro, su e
giù, senza stancarsi. Gli piaceva. Le fibre intrecciate,
ruvide e nodose, gli facevano il solletico.
Stava tornando a casa
quando aveva sentito un fischio, su, nel cielo, leggero come la scia di
un aereo, e qualcosa lo aveva spinto giù, a succhiare terra
secca tra i denti. Poi il silenzio. Un silenzio d’ovatta che
aveva riempito lo spazio e si era portato via i suoni. Un mare dove
sarebbe potuto annegare.
Aveva riaperto gli occhi su una faccia di donna.
“Dov’è la mia mamma?” aveva
chiesto, col pianto che già gli soffocava in gola, e aveva
visto quella faccia annodarsi come un panno strizzato. Allora era
caduto. Come un sasso. Nel vuoto.
Mamma, papà,
Khalil, Adel, Farid. La sua famiglia. Provò a chiamarli uno
a uno, nel caso fossero tornati ma avessero smarrito la strada.
Guardò di nuovo il buco che una volta era a forma di casa.
La sua casa.
Porte, finestre, tappeti, armadi, libri ancora da leggere, fiori da
innaffiare, notti ancora da passare a bisbigliare nel buio. Khalil che
pedalava sulla bici senza mani, Adel che ricopiava i compiti, Farid che
piangeva in braccio alla mamma. I suoi occhi stanchi, orfani di sonno,
frugavano i ricordi, cercavano gli odori, i rumori della sua casa, il
passo pesante di suo padre, il tonfo cupo di una porta che sbatteva e
l’eco delle grida di sua madre, quando aveva partorito Farid
sul divano.
Poi li vide.
Spettri che sbirciavano
dove un tempo c’erano le finestre. Bocche socchiuse come usci
d’estate, mani come rami secchi. Non guardavano lui. I loro
occhi fluttuanti fissavano il nero profilo dei monti alle sue spalle.
Jamil si voltò e guardò insieme a loro.
Sentì un fremito sul collo, come il tocco dell’ala
di una falena. Erano insieme. Per l’ultima volta.
Guardavano la scura sagoma dei monti come facevano sempre, nelle notti
di luna, dal terrazzo, stretti stretti a respirare insieme
l’aria fragrante della sera. Sentì la mano
grassoccia di Adel che stringeva la sua e il tocco di Khalil sulla
spalla. Gli sembrava di vederlo, bello come un dio, quindici anni di
muscoli e segreti.
Quando si accorse che non c’erano più gli
sembrò che quel poco che restava del suo mondo andasse in
frantumi. Come la sua casa. I suoi fratelli. Sua sorella Adel. La sua
mamma, il suo papà. E il suo cuore di muschio spugnoso.
Si piegò a terra
con le mani schiacciate sui sassi e udì lo sfacelo della sua
voce che percuoteva quel cielo di fango, mentre lo shock gli si
allargava nelle vene come uno tsunami.
Alzò gli occhi
alla luce liquida della luna.
Non aveva più nessuno, adesso. Nessuno che gli dicesse cosa
fare, nessuno che lo mettesse a letto o gli scaldasse la zuppa. Nessuno
con cui piangere, ridere o fare a botte, così, per gioco,
quando fuori gridava il vento e la luce del giorno spariva in fretta
dietro i monti. Sentì la solitudine pesargli addosso come
neve fredda. Si alzò e scappò via.
Nel buio della notte i suoi occhi erano caldi e rabbiosi.
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Odore di arance e legna che
arde
Mia nonna mi raccontava sempre storie.
Specie d'inverno, seduta davanti al caminetto, con le calze spesse e le
ciabatte in pelle, lo scialle all'uncinetto sulle spalle e i capelli
candidi a incorniciarle un viso segnato dalle tracce del tempo,
piccolo, scarno, con le labbra sottili che si spianavano sulla dentiera
e gli occhi vispi, attenti, di un verde intenso, come vetro di
bottiglia.
Le sue mani, curve per l'artrite, volavano su e giù
inarrestabili a disegnare per aria facce, alberi, castelli e grotte
buie, mentre la sua voce mi trasportava lontano.
Io sedevo su una sedia bassa impagliata, un po' sfondata al centro, con
i fili intrecciati, sfilacciati ai bordi, che odoravano di fumo di
camino e arance. Perché mentre raccontava, la nonna
sbucciava arance.
Arance sanguigne dalla grana fine e la polpa succosa.
Usava un coltello da cucina col manico color seppia e incideva la
buccia per il verso della lunghezza, quattro tagli precisi, tutti
uguali. Io guardavo in silenzio, immobile, quasi fosse un rito, il
sacrificio propiziatorio prima di iniziare una nuova storia.
La vedevo staccare dal frutto le bucce sottili, tagliarle a pezzetti e
infilarle in un pentolino di rame, annerito dal fumo, dove aveva
versato qualche dito d'acqua. Con gesti lenti si accovacciava davanti
al fuoco e lo sistemava in un angolo, tra i mattoni e la brace. A poco
a poco l'aria si riempiva di un aroma amaro e pungente che inspiravamo
a pieni polmoni.
Le arance le dividevamo a metà, ma lei ne assaggiava appena,
tutta presa com'era dai suoi racconti, mentre io ne mangiavo
fino a scoppiare, gustandole piano, ogni spicchio diviso in minuscoli
pezzi, il succo fresco che mi scendeva in gola e quel dolce sapore dai
bordi arcigni, una delizia per il mio palato.
Le storie di mia nonna hanno un odore per me, l'odore aspro delle
arance mischiato a quello del camino. Un odore che frugavo a lungo,
nelle mie mani, anche quando tornavo a casa la sera e mi rannicchiavo
sotto le coperte, con gli occhi chiusi, e rivivevo nei miei sogni
l'ultima storia del giorno, quella che almeno per un po’
occupava un posto speciale nel mio cuore.
Odore di arance e legna che arde.
Chissà se anche lei lo sente ancora... sono pronta a
scommettere che perfino lassù, in cielo, non ha mai smesso
di raccontare storie. Non vi pare? Se tendete l'orecchio, ma per bene,
proprio per benino, non pare anche a voi di sentirlo? Un mormorio
lontano, un chiacchiericcio carezzevole, suadente, come il gorgoglio di
un ruscello di montagna. Lo sentite, vero? Che vi dicevo?
È lei, con lo scialle e i capelli candidi, con le bucce
d'arance e il fuoco del camino.
Lei, con le sue storie.
Ne conosceva in quantità e alcune amava ripeterle tante e
tante di quelle volte che le avevo imparate a memoria, conoscevo ogni
passo, ogni frase, ogni più piccolo "oh" di meraviglia,
tutto era teso e dritto nella mia mente, come un bucato appeso alla sua
corda, federe, lenzuola, e poi canotte e maglie di lana, calze e
sottane di raso.
È stata lei ad insegnarmi a sognare, lei a donarmi ali per
volare e fiuto per frugare dentro i cuori.
Là. Dove conta.
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Rudi. E poi Sissi
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Piccolo Rudi. Caro,
indimenticabile amico.
La prima volta che ti ho visto tremavi. Rannicchiato in braccio alla
mia bambina che ti guardava adorante, sembravi un peluche. Uno di
quelli che si accoccolano a letto e ti aspettano per respirarti addosso
e annusarti. E toccare con mano la felicità.
Quando si muore tutto scompare, ma io ricordo ogni cosa di te.
Calore, respiro, odori, sensazioni. Ti ho custodito nel mio cuore, come
una mosca nell’ambra. Esattamente com’eri. Non una
virgola in meno.
Un batuffolo di pelo fulvo, morbido, caldo, col naso umido, gli occhi
bistrati di nero e una lingua rosa, paffuta, che quando correvi sbucava
di lato, come un leccalecca alla fragola.
Ricordo ogni cosa di te.
Il tuo incedere sicuro per casa, come un sultano, con la coda irta come
un pennacchio e gonfia di peli, le orecchie tese e il broncio
impertinente. Da piccola star.
Cucciolone, dispettoso, ribelle. Adoravi frugare gli odori,
acciambellarti come un gatto e poi tirare un sospiro profondo. Di gola.
Ero la tua preferita. Lo so.
Marito e figlie, piccoli asteroidi che ti gravitavano intorno. Io, la
tua Luna.
Un amore infinito, fatto di coccole, sguardi e messaggi muti, ma
chiari. Chiarissimi.
Ho fame. Mi fai bere? Andiamo a spasso. Voglio compagnia...
Ti ho portato sempre con me. Al mare, in barca, in seggiovia (stretto
stretto tra le mie braccia!!), in bici e a cavallo (soltanto una volta,
però).
Non ho rimpianti. Neanche uno. Ti ho donato sette anni di tempo, amore
e coccole.
Pochi attimi prima che quel salto rovinoso ti portasse per sempre via
da me, sei salito sulle mie ginocchia, hai alzato il musetto
all’insù e mi hai puntato gli occhi addosso.
Quanto amore c’era specchiato dentro! Intere pagine, scritte
fitto fitto.
Le ho lette tutte. Rigo per rigo. “Ti voglio bene,
Rudi” ti ho detto con un nodo alla gola. Chissà
perché. Non ancora sapevo che ci stavamo salutando. Per
sempre. Con le nostre parole d’amore.
Una manciata di orribili giorni e te ne sei andato. Ti ho seppellito
nel cimitero degli animali. La prima volta ho accarezzato il marmo
bianco della tua nuova casa. Mi tremava la mano. Ho dato uno sguardo
intorno. Sulle piccole lapidi c’erano piante, fiori,
girandole che vorticavano al vento, sassi colorati e peluches. E foto.
E dediche lunghissime firmate mamma e papà.
Ho sentito l’amore, là dentro.
Pezzetti di cuore di tante persone. Carezze leggere come piume sospese
per aria.
Mi manchi tanto. Te ne sei andato portandoti via il tuo broncio, le tue
moine, le corse in giardino, il tuo silenzio sotto le mie mani che ti
accarezzavano e i tuoi occhi nei miei. Ho solo le tue foto. E i miei
ricordi. E il suono del tuo abbaio nelle orecchie. Nitido.
Inconfondibile.
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Sissi non l'ho cercata.
Giuro. È venuta da sola.
Piccola, nera e impaurita. Scavata dalla fame e ruvida di notti passate
per strada.
Non la volevo. Tiravo dritto. Testa alta e cuore in catene. Ma
è durato due giorni.
Due.
Poi non ho resistito. Sentivo qualcosa franare sotto quella corteccia
finta che mi ero inventata per scudo. Era lei che scavava con le sue
zampette, come quando fa i fossi in giardino, per sotterrare i suoi
tesori.
Perché Sissi è così: dolcissima e
buona, con due occhioni profondi che ti entrano dentro e vanno dritti
al cuore. Musetto affilato e orecchie da pipistrello, a volte. Buffa.
Graziosa. Di più. Bella.
È arrivata dopo un anno che tu ci hai lasciato.
Esattamente un anno. Ero già intristita. Sembrava tornarmi
tutto addosso. ”Quanto ha?” Ho chiesto al
veterinario. ”È piccola, non più di
dodici mesi”
Un segno? Non so.
L'ho presa.
Nel mio cuore c'era spazio per tutti e due.
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