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IL GECO
Luca scese dal bus 37 e s’incamminò lungo il
marciapiede con la sua scatola sotto il braccio. Intorno a lui la
solita calca dell’ora di punta, traffico, via vai di gente,
caos, suoni striduli che sfrecciavano nell’aria sudicia di
smog e gli graffiavano i timpani.
Girò a destra, attraversò la piazza,
superò il ponte girevole e imboccò finalmente il
Viale del Tramonto. Un groppo di emozione gli gonfiava la gola, strinse
il pacco come un talismano. Gli sarebbero piaciute le orchidee? Di
sicuro non le avrebbe rifiutate, pensò, varcando il
cancello. Sentiva l’erba sforargli le caviglie, il freddo
farsi pungente. Si riempì i polmoni, fece un grosso respiro,
aggirò un sentiero che odorava di resina e vecchi fiori
recisi, superò statue di marmo e fontane incrostate di
ruggine. Ecco, era arrivato. Lo trovò col suo solito sorriso
timido, di chi ha sempre paura di aver messo un piede in fallo. Lo
fissò a lungo. Stessi capelli, stessi occhi, stessa
fioritura d’acne sulle guance. “Ciao, era da tanto
che volevo venire” Aprì la scatola, gli
mostrò i fiori. Lui continuava a sorridere.
“Lo so che è passato tanto tempo. Ho la barba,
adesso, e qualche filo grigio in testa. Sto invecchiando in fretta. Ma
non dimentico. Quella notte è un vento artico che ancora mi
tiene sveglio, al buio, ad aspettare l’alba.”
Si accovacciò sui talloni, raccolse i pensieri e il passato
lo riacciuffò.
Seconda media, ultimo giorno di scuola. Lo cercarono nei bagni. Si
chiusero la porta alle spalle. Lui non respirava già
più. “Vuoi davvero essere uno di noi?”
Strabuzzò gli occhi. E glielo chiedevano? Era la cosa che
desiderava di più al mondo.
“Sì”, balbettò.
Loris, il capo, fece un sorrisetto furbo. “Mm…
prima devi farci vedere che sai fare. Stanotte, alle due, sotto il
campanile” Sgusciarono fuori senza che avesse modo di dire
“Ah”. Lo lasciarono a strusciarsi con la schiena al
muro, fino a scivolare a terra, il cuore che gli martellava nel petto
come un diapason.
Alle due meno un quarto era lì, nell’aria
frizzante della notte. Non aveva dovuto nemmeno pensarci su. Avrebbe
fatto qualunque cosa pur di essere uno di loro.
Qualunque.
Era l’unico modo per non subire i loro giochi perversi. O
stai con noi o contro di noi, gli aveva detto una volta Loris, dopo che
lo aveva costretto a masticare una chewing-gum usata.
Li vide sbucare dal vicolo che fiancheggiava la chiesa, un terzetto di
chiome spuntate e sneakers coi lacci fluorescenti.
“Saliamo”
Seguì le loro schiene, fece le scale di corsa, come un rullo
di tamburi, in cima il vento gli mordicchiò la faccia.
Lanciò un’occhiata in basso. La discesa era a
picco, in fondo vedeva il cerchio scuro della piazza, con pochi puntini
di luce qua e là.
“E adesso?”
Non potevano mica chiedergli di buttarsi giù?
“Ti fai il cornicione fino allo strapiombo, poi salti sul
tetto laggiù” Loris gli indicò un punto
dove il parapetto arrivava a sfiorare un rettangolo di cemento che
sporgeva come una lingua dal palazzo di fianco. In mezzo
s’inabissava un buco di più di venti metri.
Luca deglutì. Un fiotto di paura tentò di
trascinarlo a fondo, ma si fece coraggio. Posso farcela,
pensò. La distanza sembrava minima, neanche mezzo metro. Che
sarà mai? L’anno scorso ho vinto la gara di salto
in lungo...
“Se te la fai sotto…”
“Neanche per sogno” dichiarò spavaldo.
Scavalcò il parapetto e avanzò in bilico sul
passaggio, stringendo i denti per non cedere alla tentazione di
guardare giù. Raggiunse la fine del cornicione con le gambe
che gli tremavano e contemplò sgomento la distanza reale che
lo separava dal tetto di fronte. Almeno un metro o anche
più… Si asciugò il sudore sul labbro,
sentiva i brividi lungo la schiena, un tremore incontrollato alle
gambe. Vibrava come un filo dell’alta tensione.
“Allora? Ti arrendi?”
Per tutta risposta prese fiato, si rannicchiò sui talloni e
saltò. Così, di botto, senza stare tanto a
tirarla per le lunghe, in caso contrario non l’avrebbe mai
fatto. Sentì il solido cemento del terrazzo sotto i piedi.
Barcollò con le braccia aperte come un funambolo. Uno dei
talloni pencolava nel vuoto, i tendini si allungavano allo spasimo, il
peso del corpo gemeva sulle caviglie. In preda al panico
urlò qualcosa di sconnesso e si catapultò in
avanti con un colpo di reni. Baciò il pavimento che lo
accolse. Tremava come una foglia secca. Fu allora che si
voltò e lo vide.
Tristan, detto il Geco per via dei brufoli che
gl’incendiavano la faccia come bocche di vulcani. Quando era
arrivato? Stava immobile, cementato al parapetto. Luca sentiva
battergli i denti uno contro l’altro nel silenzio della
notte. Tutti sapevano che trascinava una gamba. Saltare
dall’altra parte per lui era impensabile.
Dalla balconata i suoi aguzzini lo tormentavano ancora, come ogni
giorno. “Forza, che aspetti? Lo sapevo! Resterai un
perdente per sempre” scoccò Loris. Lui emise un
gemito, come lo squittio di un topo.
“Vai via di lì, torna indietro! Se lo fai ci resti
secco!” gridò Luca, ma Tristan ne aveva abbastanza
di essere strizzato tutto il giorno come uno straccio. Avrebbe fatto
qualsiasi cosa per essere ammesso nel gruppo dei winners.
Qualsiasi.
“Tu ce l’hai fatta. Posso farcela
anch’io”
<No! Non con quella gamba!” Luca si morse le labbra
“Tristan, io… volevo dire che… ci vuole
una spinta troppo forte, torna indietro, mi fa paura vederti
quassù” A due spanne dai suoi piedi
c’era l’abisso, che si allungava tra loro come una
gola buia. Tristan, il Geco, aprì le braccia per avvolgere
la notte e lo guardò. Sorrideva.
“Noooo!” urlò Luca come un pazzo.
“Arrivo” gli disse.
Poi saltò.
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Oltre
le barricate
Aveva
origliato alla porta, con l’orecchio schiacciato sul legno,
le mani a pugno. Tremava.
Se qualcuno l’avesse scoperto là fuori - sua
madre, per esempio, o una delle
guardie - ci sarebbero state domande, rimproveri, castighi. E magari,
pauroso
com’era, si sarebbe pure lasciato scappare qualcosa.
Roba
da vergognarsene fino alla fine del mondo.
Il
rischio era stato alto, se ne accorgeva solo adesso che era tornato al
sicuro
nella sua stanza, però ne era valsa la pena.
Li
aveva sentiti, la voce quieta di suo padre, quella forte del maggiore e
l’altra, quella roca del generale.
Ce
l’aveva così per via di tutti quei sigari che
fumava, da mattina a sera. Sigari
lunghi e scuri, dall’odore acre, che Giulio sentiva per casa
ogni volta che veniva
lui, il generale.
<Abbiamo
dato ordine di richiamare le truppe, stanno convergendo in
città coi cannoni e
l’artiglieria, li faremo fuori prima di sera quegli
esaltati!>
Aveva
detto proprio così.
Prima
di sera.
Quante
ore mancavano? Sette, otto? Doveva sbrigarsi. Se fosse successo
qualcosa a
Fiorenzo non se lo sarebbe mai perdonato.
Erano diventati amici per caso, loro due, avevano
la stessa età e
una grande
ammirazione per i cavalli. Si erano incontrati nella scuderia di suo
padre.
Giulio ci andava spesso, di nascosto, gli piaceva l’odore di
fieno che si
respirava là dentro, mischiato a quello del cuoio grezzo,
gli piacevano l’aria calda,
gli sbuffi dei cavalli, il rumore degli zoccoli. Aveva trovato Fiorenzo
che
strigliava Belfagor, il purosangue di suo padre. Era vestito con una
camiciola
sdrucita, due bretelle gli tenevano su dei calzoni di almeno una taglia
più
grandi. Lui s’era sentito a disagio col suo giacchino di
velluto, le scarpe
nuove.
Si
erano messi a parlare di biada, redini e sottopancia come fossero
vecchi amici.
Giulio era rimasto fino all’ora di pranzo, quando era stato
richiamato dalle
grida di sua madre, però c’era tornato il giorno
dopo e quell’altro ancora.
Erano passate due settimane quella volta che Fiorenzo era entrato nella
scuderia
correndo. <Aiutami, m’arrestano!> gli aveva
detto, con due occhi così.
Erano
arrivate le guardie, lo avevano tenuto fermo, chi lo strattonava, chi
gli
frugava addosso, chi gli scagliava per aria il berretto. Alla fine se
n’erano
andati con una faccia poco convinta. <Ti teniamo
d’occhio, ragazzo>
Fiorenzo
era corso ad abbracciarlo. <Grazie, mi hai salvato. Non lo
dimenticherò>
Giulio
aveva tirato fuori di tasca un foglio piegato in quattro parti,
gliel’aveva
affidato Fiorenzo prima che entrassero le guardie e lui se
l’era nascosto senza
fiatare sotto la camicia. Era unto, sgualcito, come se fosse passato
chissà tra
quante mani. Pareva un disegno, inframmezzato da una serie di
scritte… una
mappa!
Solo
allora aveva capito che Fiorenzo era un patriota.
Da
allora non c’erano stati più segreti tra loro.
Fiorenzo si fidava di lui e
Giulio non lo avrebbe mai tradito. Era così bello averlo
come amico, sentirgli
raccontare d’imboscate, di riunioni segrete, di corse
trafelate per le vie
della città. Molto meglio che ascoltare le noiose lezioni
del suo
precettore.
Era
stato Fiorenzo a parlargli per la prima volta di libertà, di
giustizia, di amor
di patria. Giulio gli aveva visto gli occhi brillare, le guance farsi
di fuoco
quando parlava. Lo aveva ammirato per questo. Non sapeva né
leggere né
scrivere, ma quante cose più di lui conosceva!
E
adesso era in pericolo. Stavano arrivando i soldati.
Erano
giorni che Fiorenzo e i suoi amici, ragazzi, uomini e donne
d’ogni età si erano
presi palmo a palmo la città e se la tenevano stretta,
lottando dietro le
barricate. Giulio li aveva sentiti gridare viva l’Italia!
uniti in coro sotto il
tricolore.
Prima
della rivolta Fiorenzo glielo aveva chiesto mille volte: da che parte
stai? E
Giulio non aveva mai risposto. Sua madre era italiana, suo padre
austriaco, e
lui? Cos’era lui?
<Sto
dalla tua, amico> disse alla finestra quel mattino, a voce alta.
Adesso
sapeva cosa fare.
Sgusciò
fuori dalla porta sul retro e attraversò il cortile
correndo. Le vie della città erano deserte, ogni tanto si
sentivano colpi di
baionette, esplosioni. Il grosso dei soldati stava arrivando, doveva
fare
presto!
Corse
come un pazzo tra vicoli e stradine fino a che non lo trovò.
Stava
dietro un riparo fatto di sacchi e mobilio vecchio, sedie, armadi,
carretti
sgangherati, imbracciava un fucile come un uomo, sparava.
Giulio
lo chiamò. <Fiorenzo! Fiorenzo!>
Quando
lo vide, lui sbiancò. Lo portò dietro un muretto,
trascinandolo per il braccio.
<Giulio! Che ci fai qua? E’ pericoloso!>
<E
per te no?> disse Giulio indicando i suoi compagni che
rispondevano al fuoco.
Lui
si strinse nelle spalle. <Io è qua che devo stare, tu
invece te ne devi
andare. Sei stato pazzo a venire.>
<No,
aspetta. Dovete scappare, arrivano!>
<Chi?>
<I
soldati. Hanno chiamato i rinforzi, vi accerchieranno>
abbassò la testa
<Morirete tutti!>
<Questo
lo vedremo!>
<Vieni
con me. Ti nasconderò nel fienile, ti porterò da
mangiare>
<No,
io non mi muovo, non li lascio a morire i miei compagni. Tu, piuttosto,
tornatene
a casa, se ti trovano qua finisci nei guai>
Un
colpo di cannone, un rumore infernale che aprì uno squarcio
nella barricata.
Erano
vicinissimi!
Ci
furono grida, lamenti, gente morta, ferita.
<Vattene
Giulio!!> urlò Fiorenzo spingendolo via, ma lui stava
fissando un ragazzo
steso a terra in un lago di sangue. <Giulio, mi hai
sentito?>
<Questi
sparano davvero> balbettò <Qua si muore
davvero>
<E
che credevi? Che fosse un gioco? Forza, va’ a casa, a
quest’ora ti staranno
cercando!>
<No,
voglio restare. Dammi un fucile!>
<Un
fucile? Per farci che? Mica sai sparare?>
<E
che ci voglio? Imparo!>
Non
sapeva Giulio che alla testa dei soldati c’era pure il
capitano Staffer.
Suo
padre.
I
suoi occhi grigi furono l’ultima cosa che vide prima di
lanciarsi oltre la barricata.
<Non sparate, non sparate! Papà sono io,
Giulio…>
Fiorenzo
cercò di fermarlo. Scavalcò i sacchi col fucile
in mano. <Ma che fai? Sei
pazzo! Torna indietro!>
Lo
aveva quasi raggiunto quando ci fu un'altra cannonata,
un’esplosione accecante che
questa volta li prese in pieno, stesso ardore, stessi occhi sognanti,
stesse
facce sporche di terra. Caddero uno sull’altro.
Qualcuno
ricoprì i loro corpi straziati. Un unico telo. Un tricolore.
17
Marzo 1861
Grazie
di cuore a tutti i
patrioti che hanno dato la vita per fare l’Italia. Una,
libera, democratica e
repubblicana.
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Jamil, bambino di Gaza
L’azzurro era
colato via dal cielo, quel cielo fango fradicio che gli gocciolava
addosso lercio, ubriaco di pioggia. L’aria sapeva di fuoco e
polvere, si attaccava ai capelli densa, uno scialle di muschio
spugnoso. Jamil sentiva il freddo far battere i suoi denti e la lingua
arrotolarsi in gola, come la testa di una lumaca nel guscio.
Calpestò un
mucchio di pietre secche e friabili e guardò il buco che
prima era la sua casa. Pensò che assomigliava ad una faccia
maciullata. Sottosopra.
Nerofumo dove un tempo
c’erano pareti giallo ocra, pietre aguzze come cocci rotti e
là, tra i calcinacci, un brandello di tappeto appeso a
un’inferriata che si gonfiava e afflosciava al vento. Jamil
lo calpestava a piedi nudi la sera, avanti e indietro, su e
giù, senza stancarsi. Gli piaceva. Le fibre intrecciate,
ruvide e nodose, gli facevano il solletico.
Stava tornando a casa
quando aveva sentito un fischio, su, nel cielo, leggero come la scia di
un aereo, e qualcosa lo aveva spinto giù, a succhiare terra
secca tra i denti. Poi il silenzio. Un silenzio d’ovatta che
aveva riempito lo spazio e si era portato via i suoni. Un mare dove
sarebbe potuto annegare.
Aveva riaperto gli occhi su una faccia di donna.
“Dov’è la mia mamma?” aveva
chiesto, col pianto che già gli soffocava in gola, e aveva
visto quella faccia annodarsi come un panno strizzato. Allora era
caduto. Come un sasso. Nel vuoto.
Mamma, papà,
Khalil, Adel, Farid. La sua famiglia. Provò a chiamarli uno
a uno, nel caso fossero tornati ma avessero smarrito la strada.
Guardò di nuovo il buco che una volta era a forma di casa.
La sua casa.
Porte, finestre, tappeti, armadi, libri ancora da leggere, fiori da
innaffiare, notti ancora da passare a bisbigliare nel buio. Khalil che
pedalava sulla bici senza mani, Adel che ricopiava i compiti, Farid che
piangeva in braccio alla mamma. I suoi occhi stanchi, orfani di sonno,
frugavano i ricordi, cercavano gli odori, i rumori della sua casa, il
passo pesante di suo padre, il tonfo cupo di una porta che sbatteva e
l’eco delle grida di sua madre, quando aveva partorito Farid
sul divano.
Poi li vide.
Spettri che sbirciavano
dove un tempo c’erano le finestre. Bocche socchiuse come usci
d’estate, mani come rami secchi. Non guardavano lui. I loro
occhi fluttuanti fissavano il nero profilo dei monti alle sue spalle.
Jamil si voltò e guardò insieme a loro.
Sentì un fremito sul collo, come il tocco dell’ala
di una falena. Erano insieme. Per l’ultima volta.
Guardavano la scura sagoma dei monti come facevano sempre, nelle notti
di luna, dal terrazzo, stretti stretti a respirare insieme
l’aria fragrante della sera. Sentì la mano
grassoccia di Adel che stringeva la sua e il tocco di Khalil sulla
spalla. Gli sembrava di vederlo, bello come un dio, quindici anni di
muscoli e segreti.
Quando si accorse che non c’erano più gli
sembrò che quel poco che restava del suo mondo andasse in
frantumi. Come la sua casa. I suoi fratelli. Sua sorella Adel. La sua
mamma, il suo papà. E il suo cuore di muschio spugnoso.
Si piegò a terra
con le mani schiacciate sui sassi e udì lo sfacelo della sua
voce che percuoteva quel cielo di fango, mentre lo shock gli si
allargava nelle vene come uno tsunami.
Alzò gli occhi
alla luce liquida della luna.
Non aveva più nessuno, adesso. Nessuno che gli dicesse cosa
fare, nessuno che lo mettesse a letto o gli scaldasse la zuppa. Nessuno
con cui piangere, ridere o fare a botte, così, per gioco,
quando fuori gridava il vento e la luce del giorno spariva in fretta
dietro i monti. Sentì la solitudine pesargli addosso come
neve fredda. Si alzò e scappò via.
Nel buio della notte i suoi occhi erano caldi e rabbiosi.
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Odore di arance e legna che
arde
Mia nonna mi raccontava sempre storie.
Specie d'inverno, seduta davanti al caminetto, con le calze spesse e le
ciabatte in pelle, lo scialle all'uncinetto sulle spalle e i capelli
candidi a incorniciarle un viso segnato dalle tracce del tempo,
piccolo, scarno, con le labbra sottili che si spianavano sulla dentiera
e gli occhi vispi, attenti, di un verde intenso, come vetro di
bottiglia.
Le sue mani, curve per l'artrite, volavano su e giù
inarrestabili a disegnare per aria facce, alberi, castelli e grotte
buie, mentre la sua voce mi trasportava lontano.
Io sedevo su una sedia bassa impagliata, un po' sfondata al centro, con
i fili intrecciati, sfilacciati ai bordi, che odoravano di fumo di
camino e arance. Perché mentre raccontava, la nonna
sbucciava arance.
Arance sanguigne dalla grana fine e la polpa succosa.
Usava un coltello da cucina col manico color seppia e incideva la
buccia per il verso della lunghezza, quattro tagli precisi, tutti
uguali. Io guardavo in silenzio, immobile, quasi fosse un rito, il
sacrificio propiziatorio prima di iniziare una nuova storia.
La vedevo staccare dal frutto le bucce sottili, tagliarle a pezzetti e
infilarle in un pentolino di rame, annerito dal fumo, dove aveva
versato qualche dito d'acqua. Con gesti lenti si accovacciava davanti
al fuoco e lo sistemava in un angolo, tra i mattoni e la brace. A poco
a poco l'aria si riempiva di un aroma amaro e pungente che inspiravamo
a pieni polmoni.
Le arance le dividevamo a metà, ma lei ne assaggiava appena,
tutta presa com'era dai suoi racconti, mentre io ne mangiavo
fino a scoppiare, gustandole piano, ogni spicchio diviso in minuscoli
pezzi, il succo fresco che mi scendeva in gola e quel dolce sapore dai
bordi arcigni, una delizia per il mio palato.
Le storie di mia nonna hanno un odore per me, l'odore aspro delle
arance mischiato a quello del camino. Un odore che frugavo a lungo,
nelle mie mani, anche quando tornavo a casa la sera e mi rannicchiavo
sotto le coperte, con gli occhi chiusi, e rivivevo nei miei sogni
l'ultima storia del giorno, quella che almeno per un po’
occupava un posto speciale nel mio cuore.
Odore di arance e legna che arde.
Chissà se anche lei lo sente ancora... sono pronta a
scommettere che perfino lassù, in cielo, non ha mai smesso
di raccontare storie. Non vi pare? Se tendete l'orecchio, ma per bene,
proprio per benino, non pare anche a voi di sentirlo? Un mormorio
lontano, un chiacchiericcio carezzevole, suadente, come il gorgoglio di
un ruscello di montagna. Lo sentite, vero? Che vi dicevo?
È lei, con lo scialle e i capelli candidi, con le bucce
d'arance e il fuoco del camino.
Lei, con le sue storie.
Ne conosceva in quantità e alcune amava ripeterle tante e
tante di quelle volte che le avevo imparate a memoria, conoscevo ogni
passo, ogni frase, ogni più piccolo "oh" di meraviglia,
tutto era teso e dritto nella mia mente, come un bucato appeso alla sua
corda, federe, lenzuola, e poi canotte e maglie di lana, calze e
sottane di raso.
È stata lei ad insegnarmi a sognare, lei a donarmi ali per
volare e fiuto per frugare dentro i cuori.
Là. Dove conta.
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Rudi. E poi Sissi
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Piccolo Rudi. Caro,
indimenticabile amico.
La prima volta che ti ho visto tremavi. Rannicchiato in braccio alla
mia bambina che ti guardava adorante, sembravi un peluche. Uno di
quelli che si accoccolano a letto e ti aspettano per respirarti addosso
e annusarti. E toccare con mano la felicità.
Quando si muore tutto scompare, ma io ricordo ogni cosa di te.
Calore, respiro, odori, sensazioni. Ti ho custodito nel mio cuore, come
una mosca nell’ambra. Esattamente com’eri. Non una
virgola in meno.
Un batuffolo di pelo fulvo, morbido, caldo, col naso umido, gli occhi
bistrati di nero e una lingua rosa, paffuta, che quando correvi sbucava
di lato, come un leccalecca alla fragola.
Ricordo ogni cosa di te.
Il tuo incedere sicuro per casa, come un sultano, con la coda irta come
un pennacchio e gonfia di peli, le orecchie tese e il broncio
impertinente. Da piccola star.
Cucciolone, dispettoso, ribelle. Adoravi frugare gli odori,
acciambellarti come un gatto e poi tirare un sospiro profondo. Di gola.
Ero la tua preferita. Lo so.
Marito e figlie, piccoli asteroidi che ti gravitavano intorno. Io, la
tua Luna.
Un amore infinito, fatto di coccole, sguardi e messaggi muti, ma
chiari. Chiarissimi.
Ho fame. Mi fai bere? Andiamo a spasso. Voglio compagnia...
Ti ho portato sempre con me. Al mare, in barca, in seggiovia (stretto
stretto tra le mie braccia!!), in bici e a cavallo (soltanto una volta,
però).
Non ho rimpianti. Neanche uno. Ti ho donato sette anni di tempo, amore
e coccole.
Pochi attimi prima che quel salto rovinoso ti portasse per sempre via
da me, sei salito sulle mie ginocchia, hai alzato il musetto
all’insù e mi hai puntato gli occhi addosso.
Quanto amore c’era specchiato dentro! Intere pagine, scritte
fitto fitto.
Le ho lette tutte. Rigo per rigo. “Ti voglio bene,
Rudi” ti ho detto con un nodo alla gola. Chissà
perché. Non ancora sapevo che ci stavamo salutando. Per
sempre. Con le nostre parole d’amore.
Una manciata di orribili giorni e te ne sei andato. Ti ho seppellito
nel cimitero degli animali. La prima volta ho accarezzato il marmo
bianco della tua nuova casa. Mi tremava la mano. Ho dato uno sguardo
intorno. Sulle piccole lapidi c’erano piante, fiori,
girandole che vorticavano al vento, sassi colorati e peluches. E foto.
E dediche lunghissime firmate mamma e papà.
Ho sentito l’amore, là dentro.
Pezzetti di cuore di tante persone. Carezze leggere come piume sospese
per aria.
Mi manchi tanto. Te ne sei andato portandoti via il tuo broncio, le tue
moine, le corse in giardino, il tuo silenzio sotto le mie mani che ti
accarezzavano e i tuoi occhi nei miei. Ho solo le tue foto. E i miei
ricordi. E il suono del tuo abbaio nelle orecchie. Nitido.
Inconfondibile.
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Sissi non l'ho cercata.
Giuro. È venuta da sola.
Piccola, nera e impaurita. Scavata dalla fame e ruvida di notti passate
per strada.
Non la volevo. Tiravo dritto. Testa alta e cuore in catene. Ma
è durato due giorni.
Due.
Poi non ho resistito. Sentivo qualcosa franare sotto quella corteccia
finta che mi ero inventata per scudo. Era lei che scavava con le sue
zampette, come quando fa i fossi in giardino, per sotterrare i suoi
tesori.
Perché Sissi è così: dolcissima e
buona, con due occhioni profondi che ti entrano dentro e vanno dritti
al cuore. Musetto affilato e orecchie da pipistrello, a volte. Buffa.
Graziosa. Di più. Bella.
È arrivata dopo un anno che tu ci hai lasciato.
Esattamente un anno. Ero già intristita. Sembrava tornarmi
tutto addosso. ”Quanto ha?” Ho chiesto al
veterinario. ”È piccola, non più di
dodici mesi”
Un segno? Non so.
L'ho presa.
Nel mio cuore c'era spazio per tutti e due.
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