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IL GECO

 Luca scese dal bus 37 e s’incamminò lungo il marciapiede con la sua scatola sotto il braccio. Intorno a lui la solita calca dell’ora di punta, traffico, via vai di gente, caos, suoni striduli che sfrecciavano nell’aria sudicia di smog e gli graffiavano i timpani.
Girò a destra, attraversò la piazza, superò il ponte girevole e imboccò finalmente il Viale del Tramonto. Un groppo di emozione gli gonfiava la gola, strinse il pacco come un talismano. Gli sarebbero piaciute le orchidee? Di sicuro non le avrebbe rifiutate, pensò, varcando il cancello. Sentiva l’erba sforargli le caviglie, il freddo farsi pungente. Si riempì i polmoni, fece un grosso respiro, aggirò un sentiero che odorava di resina e vecchi fiori recisi, superò statue di marmo e fontane incrostate di ruggine. Ecco, era arrivato. Lo trovò col suo solito sorriso timido, di chi ha sempre paura di aver messo un piede in fallo. Lo fissò a lungo. Stessi capelli, stessi occhi, stessa fioritura d’acne sulle guance. “Ciao, era da tanto che volevo venire” Aprì la scatola, gli mostrò i fiori. Lui continuava a sorridere.

 “Lo so che è passato tanto tempo. Ho la barba, adesso, e qualche filo grigio in testa. Sto invecchiando in fretta. Ma non dimentico. Quella notte è un vento artico che ancora mi tiene sveglio, al buio, ad aspettare l’alba.”
Si accovacciò sui talloni, raccolse i pensieri e il passato lo riacciuffò.

 Seconda media, ultimo giorno di scuola. Lo cercarono nei bagni. Si chiusero la porta alle spalle. Lui non respirava già più. “Vuoi davvero essere uno di noi?” Strabuzzò gli occhi. E glielo chiedevano? Era la cosa che desiderava di più al mondo. “Sì”, balbettò.
Loris, il capo, fece un sorrisetto furbo. “Mm… prima devi farci vedere che sai fare. Stanotte, alle due, sotto il campanile” Sgusciarono fuori senza che avesse modo di dire “Ah”. Lo lasciarono a strusciarsi con la schiena al muro, fino a scivolare a terra, il cuore che gli martellava nel petto come un diapason.
Alle due meno un quarto era lì, nell’aria frizzante della notte. Non aveva dovuto nemmeno pensarci su. Avrebbe fatto qualunque cosa pur di essere uno di loro.
Qualunque.

 Era l’unico modo per non subire i loro giochi perversi. O stai con noi o contro di noi, gli aveva detto una volta Loris, dopo che lo aveva costretto a masticare una chewing-gum usata.
 Li vide sbucare dal vicolo che fiancheggiava la chiesa, un terzetto di chiome spuntate e sneakers coi lacci fluorescenti.
“Saliamo”
Seguì le loro schiene, fece le scale di corsa, come un rullo di tamburi, in cima il vento gli mordicchiò la faccia. Lanciò un’occhiata in basso. La discesa era a picco, in fondo vedeva il cerchio scuro della piazza, con pochi puntini di luce qua e là.
“E adesso?”
 Non potevano mica chiedergli di buttarsi giù?
“Ti fai il cornicione fino allo strapiombo, poi salti sul tetto laggiù” Loris gli indicò un punto dove il parapetto arrivava a sfiorare un rettangolo di cemento che sporgeva come una lingua dal palazzo di fianco. In mezzo s’inabissava un buco di più di venti metri.
 Luca deglutì. Un fiotto di paura tentò di trascinarlo a fondo, ma si fece coraggio. Posso farcela, pensò. La distanza sembrava minima, neanche mezzo metro. Che sarà mai? L’anno scorso ho vinto la gara di salto in lungo...
“Se te la fai sotto…”
“Neanche per sogno” dichiarò spavaldo. Scavalcò il parapetto e avanzò in bilico sul passaggio, stringendo i denti per non cedere alla tentazione di guardare giù. Raggiunse la fine del cornicione con le gambe che gli tremavano e contemplò sgomento la distanza reale che lo separava dal tetto di fronte. Almeno un metro o anche più… Si asciugò il sudore sul labbro, sentiva i brividi lungo la schiena, un tremore incontrollato alle gambe. Vibrava come un filo dell’alta tensione.
“Allora? Ti arrendi?”
 Per tutta risposta prese fiato, si rannicchiò sui talloni e saltò. Così, di botto, senza stare tanto a tirarla per le lunghe, in caso contrario non l’avrebbe mai fatto. Sentì il solido cemento del terrazzo sotto i piedi. Barcollò con le braccia aperte come un funambolo. Uno dei talloni pencolava nel vuoto, i tendini si allungavano allo spasimo, il peso del corpo gemeva sulle caviglie. In preda al panico urlò qualcosa di sconnesso e si catapultò in avanti con un colpo di reni. Baciò il pavimento che lo accolse. Tremava come una foglia secca. Fu allora che si voltò e lo vide.
 Tristan, detto il Geco per via dei brufoli che gl’incendiavano la faccia come bocche di vulcani. Quando era arrivato? Stava immobile, cementato al parapetto. Luca sentiva battergli i denti uno contro l’altro nel silenzio della notte. Tutti sapevano che trascinava una gamba. Saltare dall’altra parte per lui era impensabile.
Dalla balconata i suoi aguzzini lo tormentavano ancora, come ogni giorno.  “Forza, che aspetti? Lo sapevo! Resterai un perdente per sempre” scoccò Loris. Lui emise un gemito, come lo squittio di un topo.
“Vai via di lì, torna indietro! Se lo fai ci resti secco!” gridò Luca, ma Tristan ne aveva abbastanza di essere strizzato tutto il giorno come uno straccio. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per essere ammesso nel gruppo dei winners.
Qualsiasi.
“Tu ce l’hai fatta. Posso farcela anch’io”
<No! Non con quella gamba!” Luca si morse le labbra “Tristan, io… volevo dire che… ci vuole una spinta troppo forte, torna indietro, mi fa paura vederti quassù” A due spanne dai suoi piedi c’era l’abisso, che si allungava tra loro come una gola buia. Tristan, il Geco, aprì le braccia per avvolgere la notte e lo guardò. Sorrideva.
“Noooo!” urlò Luca come un pazzo.
“Arrivo” gli disse.
Poi saltò.

Oltre le barricate

  Aveva origliato alla porta, con l’orecchio schiacciato sul legno, le mani a pugno. Tremava. Se qualcuno l’avesse scoperto là fuori - sua madre, per esempio, o una delle guardie - ci sarebbero state domande, rimproveri, castighi. E magari, pauroso com’era, si sarebbe pure lasciato scappare qualcosa.

Roba da vergognarsene fino alla fine del mondo.

Il rischio era stato alto, se ne accorgeva solo adesso che era tornato al sicuro nella sua stanza, però ne era valsa la pena.

Li aveva sentiti, la voce quieta di suo padre, quella forte del maggiore e l’altra, quella roca del generale.

Ce l’aveva così per via di tutti quei sigari che fumava, da mattina a sera. Sigari lunghi e scuri, dall’odore acre, che Giulio sentiva per casa ogni volta che veniva lui, il generale.

<Abbiamo dato ordine di richiamare le truppe, stanno convergendo in città coi cannoni e l’artiglieria, li faremo fuori prima di sera quegli esaltati!>

Aveva detto proprio così.

Prima di sera.

Quante ore mancavano? Sette, otto? Doveva sbrigarsi. Se fosse successo qualcosa a Fiorenzo non se lo sarebbe mai perdonato.

Erano diventati amici per caso, loro due, avevano la stessa età e una grande ammirazione per i cavalli. Si erano incontrati nella scuderia di suo padre. Giulio ci andava spesso, di nascosto, gli piaceva l’odore di fieno che si respirava là dentro, mischiato a quello del cuoio grezzo, gli piacevano l’aria calda, gli sbuffi dei cavalli, il rumore degli zoccoli. Aveva trovato Fiorenzo che strigliava Belfagor, il purosangue di suo padre. Era vestito con una camiciola sdrucita, due bretelle gli tenevano su dei calzoni di almeno una taglia più grandi. Lui s’era sentito a disagio col suo giacchino di velluto, le scarpe nuove.

Si erano messi a parlare di biada, redini e sottopancia come fossero vecchi amici. Giulio era rimasto fino all’ora di pranzo, quando era stato richiamato dalle grida di sua madre, però c’era tornato il giorno dopo e quell’altro ancora. Erano passate due settimane quella volta che Fiorenzo era entrato nella scuderia correndo. <Aiutami, m’arrestano!> gli aveva detto, con due occhi così.

Erano arrivate le guardie, lo avevano tenuto fermo, chi lo strattonava, chi gli frugava addosso, chi gli scagliava per aria il berretto. Alla fine se n’erano andati con una faccia poco convinta. <Ti teniamo d’occhio, ragazzo>

Fiorenzo era corso ad abbracciarlo. <Grazie, mi hai salvato. Non lo dimenticherò>

Giulio aveva tirato fuori di tasca un foglio piegato in quattro parti, gliel’aveva affidato Fiorenzo prima che entrassero le guardie e lui se l’era nascosto senza fiatare sotto la camicia. Era unto, sgualcito, come se fosse passato chissà tra quante mani. Pareva un disegno, inframmezzato da una serie di scritte… una mappa!

Solo allora aveva capito che Fiorenzo era un patriota.

Da allora non c’erano stati più segreti tra loro. Fiorenzo si fidava di lui e Giulio non lo avrebbe mai tradito. Era così bello averlo come amico, sentirgli raccontare d’imboscate, di riunioni segrete, di corse trafelate per le vie della città. Molto meglio che ascoltare le noiose lezioni del suo precettore.

Era stato Fiorenzo a parlargli per la prima volta di libertà, di giustizia, di amor di patria. Giulio gli aveva visto gli occhi brillare, le guance farsi di fuoco quando parlava. Lo aveva ammirato per questo. Non sapeva né leggere né scrivere, ma quante cose più di lui conosceva!

 

E adesso era in pericolo. Stavano arrivando i soldati.

Erano giorni che Fiorenzo e i suoi amici, ragazzi, uomini e donne d’ogni età si erano presi palmo a palmo la città e se la tenevano stretta, lottando dietro le barricate. Giulio li aveva sentiti gridare viva l’Italia! uniti in coro sotto il tricolore.

Prima della rivolta Fiorenzo glielo aveva chiesto mille volte: da che parte stai? E Giulio non aveva mai risposto. Sua madre era italiana, suo padre austriaco, e lui? Cos’era lui?

<Sto dalla tua, amico> disse alla finestra quel mattino, a voce alta.

Adesso sapeva cosa fare.

Sgusciò fuori dalla porta sul retro e attraversò il cortile correndo. Le vie della città erano deserte, ogni tanto si sentivano colpi di baionette, esplosioni. Il grosso dei soldati stava arrivando, doveva fare presto!

Corse come un pazzo tra vicoli e stradine fino a che non lo trovò.

Stava dietro un riparo fatto di sacchi e mobilio vecchio, sedie, armadi, carretti sgangherati, imbracciava un fucile come un uomo, sparava.

Giulio lo chiamò. <Fiorenzo! Fiorenzo!>

Quando lo vide, lui sbiancò. Lo portò dietro un muretto, trascinandolo per il braccio. <Giulio! Che ci fai qua? E’ pericoloso!>

<E per te no?> disse Giulio indicando i suoi compagni che rispondevano al fuoco.

Lui si strinse nelle spalle. <Io è qua che devo stare, tu invece te ne devi andare. Sei stato pazzo a venire.>

<No, aspetta. Dovete scappare, arrivano!>

<Chi?>

<I soldati. Hanno chiamato i rinforzi, vi accerchieranno> abbassò la testa <Morirete tutti!>

<Questo lo vedremo!>

<Vieni con me. Ti nasconderò nel fienile, ti porterò da mangiare>

<No, io non mi muovo, non li lascio a morire i miei compagni. Tu, piuttosto, tornatene a casa, se ti trovano qua finisci nei guai>

Un colpo di cannone, un rumore infernale che aprì uno squarcio nella barricata.

Erano vicinissimi!

Ci furono grida, lamenti, gente morta, ferita.

<Vattene Giulio!!> urlò Fiorenzo spingendolo via, ma lui stava fissando un ragazzo steso a terra in un lago di sangue. <Giulio, mi hai sentito?>

<Questi sparano davvero> balbettò <Qua si muore davvero>

<E che credevi? Che fosse un gioco? Forza, va’ a casa, a quest’ora ti staranno cercando!>

<No, voglio restare. Dammi un fucile!>

<Un fucile? Per farci che? Mica sai sparare?>

<E che ci voglio? Imparo!>

Non sapeva Giulio che alla testa dei soldati c’era pure il capitano Staffer.

Suo padre.

I suoi occhi grigi furono l’ultima cosa che vide prima di lanciarsi oltre la barricata. <Non sparate, non sparate! Papà sono io, Giulio…>

Fiorenzo cercò di fermarlo. Scavalcò i sacchi col fucile in mano. <Ma che fai? Sei pazzo! Torna indietro!>

Lo aveva quasi raggiunto quando ci fu un'altra cannonata, un’esplosione accecante che questa volta li prese in pieno, stesso ardore, stessi occhi sognanti, stesse facce sporche di terra. Caddero uno sull’altro.

Qualcuno ricoprì i loro corpi straziati. Un unico telo. Un tricolore.

 

 

17 Marzo 1861

Grazie di cuore a tutti i patrioti che hanno dato la vita per fare l’Italia. Una, libera, democratica e repubblicana.

Jamil, bambino di Gaza

L’azzurro era colato via dal cielo, quel cielo fango fradicio che gli gocciolava addosso lercio, ubriaco di pioggia. L’aria sapeva di fuoco e polvere, si attaccava ai capelli densa, uno scialle di muschio spugnoso. Jamil sentiva il freddo far battere i suoi denti e la lingua arrotolarsi in gola, come la testa di una lumaca nel guscio.

Calpestò un mucchio di pietre secche e friabili e guardò il buco che prima era la sua casa. Pensò che assomigliava ad una faccia maciullata. Sottosopra.

Nerofumo dove un tempo c’erano pareti giallo ocra, pietre aguzze come cocci rotti e là, tra i calcinacci, un brandello di tappeto appeso a un’inferriata che si gonfiava e afflosciava al vento. Jamil lo calpestava a piedi nudi la sera, avanti e indietro, su e giù, senza stancarsi. Gli piaceva. Le fibre intrecciate, ruvide e nodose, gli facevano il solletico.

Stava tornando a casa quando aveva sentito un fischio, su, nel cielo, leggero come la scia di un aereo, e qualcosa lo aveva spinto giù, a succhiare terra secca tra i denti. Poi il silenzio. Un silenzio d’ovatta che aveva riempito lo spazio e si era portato via i suoni. Un mare dove sarebbe potuto annegare.
Aveva riaperto gli occhi su una faccia di donna. “Dov’è la mia mamma?” aveva chiesto, col pianto che già gli soffocava in gola, e aveva visto quella faccia annodarsi come un panno strizzato. Allora era caduto. Come un sasso. Nel vuoto.

Mamma, papà, Khalil, Adel, Farid. La sua famiglia. Provò a chiamarli uno a uno, nel caso fossero tornati ma avessero smarrito la strada. Guardò di nuovo il buco che una volta era a forma di casa.
La sua casa.
Porte, finestre, tappeti, armadi, libri ancora da leggere, fiori da innaffiare, notti ancora da passare a bisbigliare nel buio. Khalil che pedalava sulla bici senza mani, Adel che ricopiava i compiti, Farid che piangeva in braccio alla mamma. I suoi occhi stanchi, orfani di sonno, frugavano i ricordi, cercavano gli odori, i rumori della sua casa, il passo pesante di suo padre, il tonfo cupo di una porta che sbatteva e l’eco delle grida di sua madre, quando aveva partorito Farid sul divano.
Poi li vide.

Spettri che sbirciavano dove un tempo c’erano le finestre. Bocche socchiuse come usci d’estate, mani come rami secchi. Non guardavano lui. I loro occhi fluttuanti fissavano il nero profilo dei monti alle sue spalle. Jamil si voltò e guardò insieme a loro. Sentì un fremito sul collo, come il tocco dell’ala di una falena. Erano insieme. Per l’ultima volta.
Guardavano la scura sagoma dei monti come facevano sempre, nelle notti di luna, dal terrazzo, stretti stretti a respirare insieme l’aria fragrante della sera. Sentì la mano grassoccia di Adel che stringeva la sua e il tocco di Khalil sulla spalla. Gli sembrava di vederlo, bello come un dio, quindici anni di muscoli e segreti.

Quando si accorse che non c’erano più gli sembrò che quel poco che restava del suo mondo andasse in frantumi. Come la sua casa. I suoi fratelli. Sua sorella Adel. La sua mamma, il suo papà. E il suo cuore di muschio spugnoso.

Si piegò a terra con le mani schiacciate sui sassi e udì lo sfacelo della sua voce che percuoteva quel cielo di fango, mentre lo shock gli si allargava nelle vene come uno tsunami.

Alzò gli occhi alla luce liquida della luna.
Non aveva più nessuno, adesso. Nessuno che gli dicesse cosa fare, nessuno che lo mettesse a letto o gli scaldasse la zuppa. Nessuno con cui piangere, ridere o fare a botte, così, per gioco, quando fuori gridava il vento e la luce del giorno spariva in fretta dietro i monti. Sentì la solitudine pesargli addosso come neve fredda. Si alzò e scappò via.
Nel buio della notte i suoi occhi erano caldi e rabbiosi.

Odore di arance e legna che arde



Mia nonna mi raccontava sempre storie.

Specie d'inverno, seduta davanti al caminetto, con le calze spesse e le ciabatte in pelle, lo scialle all'uncinetto sulle spalle e i capelli candidi a incorniciarle un viso segnato dalle tracce del tempo, piccolo, scarno, con le labbra sottili che si spianavano sulla dentiera e gli occhi vispi, attenti, di un verde intenso, come vetro di bottiglia.
Le sue mani, curve per l'artrite, volavano su e giù inarrestabili a disegnare per aria facce, alberi, castelli e grotte buie, mentre la sua voce mi trasportava lontano.

Io sedevo su una sedia bassa impagliata, un po' sfondata al centro, con i fili intrecciati, sfilacciati ai bordi, che odoravano di fumo di camino e arance. Perché mentre raccontava, la nonna sbucciava arance.

Arance sanguigne dalla grana fine e la polpa succosa.
Usava un coltello da cucina col manico color seppia e incideva la buccia per il verso della lunghezza, quattro tagli precisi, tutti uguali. Io guardavo in silenzio, immobile, quasi fosse un rito, il sacrificio propiziatorio prima di iniziare una nuova storia.

La vedevo staccare dal frutto le bucce sottili, tagliarle a pezzetti e infilarle in un pentolino di rame, annerito dal fumo, dove aveva versato qualche dito d'acqua. Con gesti lenti si accovacciava davanti al fuoco e lo sistemava in un angolo, tra i mattoni e la brace. A poco a poco l'aria si riempiva di un aroma amaro e pungente che inspiravamo a pieni polmoni.
Le arance le dividevamo a metà, ma lei ne assaggiava appena, tutta presa com'era dai suoi racconti, mentre io ne mangiavo fino a scoppiare, gustandole piano, ogni spicchio diviso in minuscoli pezzi, il succo fresco che mi scendeva in gola e quel dolce sapore dai bordi arcigni, una delizia per il mio palato.

Le storie di mia nonna hanno un odore per me, l'odore aspro delle arance mischiato a quello del camino. Un odore che frugavo a lungo, nelle mie mani, anche quando tornavo a casa la sera e mi rannicchiavo sotto le coperte, con gli occhi chiusi, e rivivevo nei miei sogni l'ultima storia del giorno, quella che almeno per un po’ occupava un posto speciale nel mio cuore.

Odore di arance e legna che arde.

Chissà se anche lei lo sente ancora... sono pronta a scommettere che perfino lassù, in cielo, non ha mai smesso di raccontare storie. Non vi pare? Se tendete l'orecchio, ma per bene, proprio per benino, non pare anche a voi di sentirlo? Un mormorio lontano, un chiacchiericcio carezzevole, suadente, come il gorgoglio di un ruscello di montagna. Lo sentite, vero? Che vi dicevo?
È lei, con lo scialle e i capelli candidi, con le bucce d'arance e il fuoco del camino.

Lei, con le sue storie.

Ne conosceva in quantità e alcune amava ripeterle tante e tante di quelle volte che le avevo imparate a memoria, conoscevo ogni passo, ogni frase, ogni più piccolo "oh" di meraviglia, tutto era teso e dritto nella mia mente, come un bucato appeso alla sua corda, federe, lenzuola, e poi canotte e maglie di lana, calze e sottane di raso.

È stata lei ad insegnarmi a sognare, lei a donarmi ali per volare e fiuto per frugare dentro i cuori.

Là. Dove conta.


Rudi. E poi Sissi

Piccolo Rudi. Caro, indimenticabile amico.
La prima volta che ti ho visto tremavi. Rannicchiato in braccio alla mia bambina che ti guardava adorante, sembravi un peluche. Uno di quelli che si accoccolano a letto e ti aspettano per respirarti addosso e annusarti. E toccare con mano la felicità.

Quando si muore tutto scompare, ma io ricordo ogni cosa di te.
Calore, respiro, odori, sensazioni. Ti ho custodito nel mio cuore, come una mosca nell’ambra. Esattamente com’eri. Non una virgola in meno.

Un batuffolo di pelo fulvo, morbido, caldo, col naso umido, gli occhi bistrati di nero e una lingua rosa, paffuta, che quando correvi sbucava di lato, come un leccalecca alla fragola.

Ricordo ogni cosa di te.

Il tuo incedere sicuro per casa, come un sultano, con la coda irta come un pennacchio e gonfia di peli, le orecchie tese e il broncio impertinente. Da piccola star.

Cucciolone, dispettoso, ribelle. Adoravi frugare gli odori, acciambellarti come un gatto e poi tirare un sospiro profondo. Di gola.

Ero la tua preferita. Lo so.
Marito e figlie, piccoli asteroidi che ti gravitavano intorno. Io, la tua Luna.
Un amore infinito, fatto di coccole, sguardi e messaggi muti, ma chiari. Chiarissimi.
Ho fame. Mi fai bere? Andiamo a spasso. Voglio compagnia...

Ti ho portato sempre con me. Al mare, in barca, in seggiovia (stretto stretto tra le mie braccia!!), in bici e a cavallo (soltanto una volta, però).
Non ho rimpianti. Neanche uno. Ti ho donato sette anni di tempo, amore e coccole.

Pochi attimi prima che quel salto rovinoso ti portasse per sempre via da me, sei salito sulle mie ginocchia, hai alzato il musetto all’insù e mi hai puntato gli occhi addosso.
Quanto amore c’era specchiato dentro! Intere pagine, scritte fitto fitto.
Le ho lette tutte. Rigo per rigo. “Ti voglio bene, Rudi” ti ho detto con un nodo alla gola. Chissà perché. Non ancora sapevo che ci stavamo salutando. Per sempre. Con le nostre parole d’amore.

Una manciata di orribili giorni e te ne sei andato. Ti ho seppellito nel cimitero degli animali. La prima volta ho accarezzato il marmo bianco della tua nuova casa. Mi tremava la mano. Ho dato uno sguardo intorno. Sulle piccole lapidi c’erano piante, fiori, girandole che vorticavano al vento, sassi colorati e peluches. E foto. E dediche lunghissime firmate mamma e papà.
Ho sentito l’amore, là dentro.
Pezzetti di cuore di tante persone. Carezze leggere come piume sospese per aria.

Mi manchi tanto. Te ne sei andato portandoti via il tuo broncio, le tue moine, le corse in giardino, il tuo silenzio sotto le mie mani che ti accarezzavano e i tuoi occhi nei miei. Ho solo le tue foto. E i miei ricordi. E il suono del tuo abbaio nelle orecchie. Nitido. Inconfondibile.
Sissi non l'ho cercata. Giuro. È venuta da sola.

Piccola, nera e impaurita. Scavata dalla fame e ruvida di notti passate per strada.
Non la volevo. Tiravo dritto. Testa alta e cuore in catene. Ma è durato due giorni.
Due.
Poi non ho resistito. Sentivo qualcosa franare sotto quella corteccia finta che mi ero inventata per scudo. Era lei che scavava con le sue zampette, come quando fa i fossi in giardino, per sotterrare i suoi tesori.

Perché Sissi è così: dolcissima e buona, con due occhioni profondi che ti entrano dentro e vanno dritti al cuore. Musetto affilato e orecchie da pipistrello, a volte. Buffa. Graziosa. Di più. Bella.

È arrivata dopo un anno che tu ci hai lasciato.
Esattamente un anno. Ero già intristita. Sembrava tornarmi tutto addosso. ”Quanto ha?” Ho chiesto al veterinario. ”È piccola, non più di dodici mesi”
Un segno? Non so.
L'ho presa.
Nel mio cuore c'era spazio per tutti e due.